sabato 8 settembre 2012

Ecco il primo licenziato della riforma Fornero


Il primo licenziamento della riforma Fornero ha 44 anni, si chiama Antonio e fa il giornalista. Anzi, faceva, al momento è in disoccupazione. La sua società, la Tecnomovie, gli ha inviato una lettera dall’oggetto inequivocabile: comunicazione di licenziamento per giustificato motivo oggettivo. Siccome è calato il fatturato, si legge, e la società a cui Tecnomovie fornisce servizi informativi, Sisal Tv, ha deciso di non avvalersi di alcuni servizi, “non è possibile proporLe una soluzione di ricollocazione”. Scatta quindi il motivo economico regolato dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e che è stato riformato dalla Fornero. La differenza? Ora non c’è più il reintegro del lavoratore in caso di ingiustificato motivo, ma solo un indennizzo stabilito dal giudice. Un rischio che vale la pena correre.

Antonio ha ricevuto la lettera alla fine di luglio con l’annuncio della pratica di conciliazione presso la Direzione provinciale del lavoro come prevede la nuova legge. Conciliazione che il dipendente, assistito dal sindacalista dell’Associazione dei giornalisti lombardi, Claudio Scarinzi, ha respinto dando luogo alla procedura vera e propria di licenziamento comunicata con una seconda lettera. Si andrà quindi in giudizio anche perché l’involontario protagonista di questa storia era stato già licenziato dalla sua società e reintegrato proprio grazie all’articolo 18. Un caso da manuale.
Antonio si contende il tristeprimato con un’altra lavoratrice il cui licenziamento, a opera della Huawei Technologies, è stato denunciato pochi giorni fa dalla Fistel-Cisl. Come spiega uno dei suoi segretari nazionali, Giorgio Serao, “il provvedimento è di una gravità inaudita perché la ricca Huawei è una società in crescita e non può utilizzare la legge Fornero per sbarazzarsi dei lavoratori indesiderati”. La Cisl ha dato “piena disponibilità” a impugnare il licenziamento perché “nemmeno nella più estensiva interpretazione della legge ricorrono le condizioni per chiudere il rapporto di lavoro”. Del resto è la stessa Huawei a parlare “di una procedura perfettamente legittima, seppur dolorosa”. Che non si tratti di casi isolati è dimostrato dalla decisione della Cgil di realizzare un Dossier chiamato “Labirinto Fornero”, che non fa sconti al ministro. A finire nel mirino del sindacato di Susanna Camusso i vari aspetti della riforma, dai licenziamenti alle tutele mancanti per i lavoratori stagionali.

Ma la riforma non convince nemmeno gli imprenditori se è vero che il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, l’ha definita “un’occasione persa”. Con tutte queste lamentele, non si capisce perché sia stata approvata con tanta foga. Anche perché, dal suo varo, non si è certo vista quell’invasione di imprenditori stranieri pronti, si assicurava, a investire in Italia perché, finalmente, liberati dalla morsa dell’articolo 18. Sia Monti che Fornero su questo erano stati netti: “In Italia le aziende hanno paura di assumere perché è più difficile licenziare, anche per ragioni economiche” diceva Monti in Giappone il 28 marzo di quest’anno spalleggiato dalle tante interviste del ministro Fornero. Invece, la riforma non fa intravedere alcuna inversione di tendenza.

Ieri il Sole 24 Ore pubblicava il bollettino della crisi italiana: 2200 casse integrazioni alla StMicroelectronics, Selex Elsag che si prepara a tagliare gli organici, e poi i 150 tavoli di crisi aperti al ministero dello Sviluppo.

E poi, i dati sui fallimenti delle imprese: “Tra aprile e giugno – scrive il quotidiano confindustriale – hanno portato i libri in tribunale 36 imprese al giorno”. Ieri, il ministro, intervenendo a Bruxelles al convegno sull’occupazione organizzato dalla Commissione europea ha prontamente messo le mani avanti: la riforma non può dare risultati immediati, occorre aspettare. Tanto più che siamo in fase recessiva. Una posizione che non convince il fronte che si preparaal referendum abrogativo sia della riforma dell’articolo 18 che dell’articolo 8 della legge 142 siglata dall’ex ministro Sacconi.

Ieri Antonio Di Pietro e Maurizio Zipponi dell’Idv, hanno accolto l’invito che era stato loro rivolto dall’ex segretario Fiom, Gianni Rinaldini, ad allargare l’iniziativa ad altri soggetti. “La risposta è semplicemente sì” scrivono i due rappresentanti dell’Italia dei Valori. Quindi ora si tornerà in Cassazione con nuovi quesiti e un nuovo comitato promotore allargato per raccogliere “milioni di firme” che si dà l’obiettivo esplicito dell’unità “di tutte le forze del cambiamento per partecipare alla rinascita del Paese”.

venerdì 7 settembre 2012

Casaleggio risponde alle accuse di Favia: "mai definito candidati e liste del Movimento 5 Stelle"

Dopo le parole durissime del consigliere regionale del movimento 5 Stelle Giovanni Favia (qui il video) ecco lo stringato comunicato di risposta  di Gianroberto Casaleggio che smentisce sul blog di Beppe Grillo le accuse: "Né io, né Beppe Grillo abbiamo mai definito le liste per le elezioni comunali e regionali. Né io, né Beppe Grillo, abbiamo mai scritto un programma comunale o regionale. Né io, né Beppe Grillo abbiamo mai dato indicazioni per le votazioni consigliari, né infiltrato persone nel MoVimento Cinque Stelle." Gianroberto Casaleggio



18 segretari e 9 consulenti: ecco chi è il recordman degli sprechi della casta


«Mi servono? Certo che mi servono. Mi servono tutti e 18». Se non è un record poco ci manca: alla presidenza del Consiglio regionale del Lazio, retta da Mario Abbruzzese, lavorano 18 segretari. Costo annuale degli stipendi: 900 mila euro. Al servizio della presidenza ci sono anche 9 consulenti. Per non parlare dei due vice presidenti, che dispongono di 24 segretarie e 4 collaboratori.
Con grande nonchalance e altrettanta diplomazia Abbruzzese, nato a Cassino 54 anni fa, respinge l’ondata anti-casta contro i suoi uffici.
La Regione più sprecona d’Italia, lo dice anche la vostra presidente, Renata Polverini.
«Non siamo i più spreconi. E le parole della presidente mi rendono felice: mi offrono un supporto per procedere coi tagli ».
Quindi i tagli servono.
«Rivendico l’autonomia del Consiglio regionale».
Certo, diciotto segretari per 900 mila euro l’anno...
«Non sono segretari, sono collaboratori».
Ma sono comunque tanti.
«Parliamo del capo di gabinetto, del vicecapo di gabinetto, della segreteria tecnica, della segreteria amministrativa... ».
Tutti indispensabili?
«Certo, tutti. E non si limitano a dare assistenza a me ma si adoperano per assistere tutto il Lazio. È necessario avere una struttura per fronteggiare le richieste che arrivano dai sindaci e dal territorio regionale».
Ma ha pure 9 consulenti, ciociari come lei.
«I consulenti fanno parte del regolamento di organizzazione che non ho certo approvato io».
E questo regolamento non si può modificare?
«Ne stiamo discutendo, valuteremo la riduzione dei consulenti».
Ma lei è presidente del Consiglio regionale da due anni e mezzo.
«Senta, io quando sono arrivato qui ho trovato una nave ben organizzata, con un bell’equipaggio. E non ho aggiunto nessuna vela né un marinaio in più. Anzi, ho tagliato».
Cosa?
«Ho eliminato del 30% le auto blu, risparmiando 250 mila euro. Poi non si fa più la rassegna stampa cartacea, che costava 100 mila euro l’anno. Pensi che qui si spendevano 150 mila euro per i telegrammi. E abbiamo tagliato pure quelli. Oltre alle missioni all’estero e ai monogruppi».
Ce ne sono ancora 5 che costano oltre 12 milioni di euro.
«Ma quelli esistenti non li potevo mica toccare. Però, pensi con tutto il casotto politico che c’è oggi, quanti altri ne potevano nascere. E invece ora è vietato grazie a me. Io la spending review l’ho cominciata più di un anno fa».
I costi restano altissimi.
«Noi gestiamo solo lo 0,3% del bilancio regionale, in totale 97 milioni di euro. Tolte le spese per gli stipendi di assessori e consiglieri, tolti i vitalizi e le spese per la manutenzione non rimane poi molto».
Non bastano?
«No, no, questo no. E infatti per il 2013 voglio scendere a 89 milioni di euro. Sarebbe un risultato straordinario».
Tra i suoi consulenti ce n’è uno che cura la sua immagine?
«È falso. Per altro io ho anche dei buoni gusti, non ne ho proprio bisogno».

Mauro Favale 

7 settembre 2012