domenica 19 giugno 2016

Il vero obiettivo della Brexit? Ma quali immigrati.... svalutazione della sterlina e revisione accordi commericiali

Nel dibattito propagandistico sulla Brexit si discute molto di immigrati, o almeno lo si vuol far credere al popolo ma si dimentica di dire che il Regno Unito accumula ormai da anni rilevanti deficit verso l’estero.
Questa tendenza induce pezzi non trascurabili dell’establishment britannico a riesaminare criticamente la vecchia dottrina ricardiana del liberoscambismo e a considerare anche l’ipotesi di una revisione generale degli accordi e delle politiche commerciali verso la UE.
Indipendentemente dagli esiti del referendum, gli attuali orientamenti britannici rappresentano l’ennesimo sintomo di una Unione europea resa instabile dai suoi squilibri economici interni, causati soprattutto dalla pretesa del paese leader, la Germania, di accumulare eccezionali surplus commerciali verso gli altri paesi membri.
Ne parla a SkyNews24 il professore Emiliano Brancaccio, ordinario di Economia Politica

sabato 29 marzo 2014

Il bluff di Renzi: Aboliscono le Province, ma nei Comuni 25mila consiglieri e 5mila assessori in più




Perché tanta fretta, da parte del governo, per l’approvazione del disegno di legge per l’abolizione delle Province? A sentire Renzi, tutto nascerebbe dalla necessità di arrivare alla cancellazione degli enti prima dell’election day del 25 maggio, quando i cittadini, in caso di mancata approvazione della legge, si sarebbero trovati a dover rieleggere anche i consigli provinciali e i loro relativi presidenti, con conseguenze a cascata facilmente immaginabili. Una dichiarazione ad effetto, quella di Renzi, che anche molti parlamentari hanno trangugiato senza colpo ferire, peccato che nulla sia vero. Il presidente del Consiglio ha “barato”. Perché la riforma ha anche un altro effetto: aumenta i componenti dei consigli comunali per i paesi più piccoli. In particolare a fronte del taglio di 2159 poltrone con la cancellazione delle Province, aumentano i seggi per i consiglieri (pari a 26096) e i posti da assessore (+5036) dei Comuni fino a 10mila abitanti. Primi calcoli basati su due dati: la legge vigente fino a ora (la riforma Calderoli del 2011) e i dati degli abitanti dei Comuni italiani del 2014 (fonte Anci). Eppure Matteo Renzi aveva parlato di 3mila posti per i politici in meno.
L’indizione dei comizi? Non sarebbe avvenuta
Perché non è vero che le Province non sarebbero andate al voto? Perché se anche lo scorso 25 marzo, il ddl Delrio fosse stato affossato dal voto favorevole sulla pregiudiziale di costituzionalità presentata dai grillini, nessuna provincia sarebbe comunque dovuta andare al voto a breve. Il comma 325 della legge di stabilità del 2013 parla chiaro: si applica alle “Province in scadenza naturale del mandato” ovvero “cessazione anticipata degli organi provinciali tra il 1 gennaio e il 30 giugno 2014, il regime commissariale di cui all’articolo 1, comma 115, della legge n. 228/2012”. Tradotto: per le Province commissariate non ci sarebbero problemi, perché il commissariamento è comunque fino al 30 giugno, cioè un mese dopo la finestra elettorale, e per quelle che invece non sono ancora state commissariate, di fatto lo diventerebbero. Dunque, nessun rischio di voto, nessun rischio di cascami legali successivi, nessun ulteriore esborso economico per l’ulteriore scheda elettorale. La legge di Stabilità aveva già previsto tutto.
La fretta di Renzi e l’aumento delle poltrone dei Comuni
E, allora, perché tanta fretta da parte di Renzi? E, soprattutto, perché una tale bugia? Come sempre, bisogna leggere con attenzione l’intero articolato per capire dove si annida il senso di tanta fretta. Ed, in particolare, si trova al comma 27 (cioè quello che prima era l’articolo 27, poi diventato comma in virtù dell’inserimento del maxi emendamento), dove si fa riferimento alla “ricomposizione dei consigli comunali”. Cioè: nel nuovo articolo 28 della legge vengono elencate una serie di disposizioni per un incremento del numero dei consiglieri comunali e degli assessori comunali per i Comuni fino a 3mila e fino a 10mila abitanti, nonché sulla “rideterminazione degli oneri connessi all’attività di amministratore locale, onde assicurare l’invarianza finanziaria di tali previsioni, innanzi recate dall’articolo 21 dell’A.S. n. 1212”. Insomma, è previsto che per i Comuni più piccoli (fino a 3mila abitanti) il consiglio comunale sia composto, oltre che dal sindaco, da dieci consiglieri e un numero massimo di due assessori, mentre per quelli fino a 10mila si passa a 12, più quattro assessori.
Finora la riforma Calderoli prevedeva 6 consiglieri per i Comuni fino a 1000 abitanti, 6 consiglieri e due assessori per i Comuni tra i mille e i 3mila abitanti, 7 consiglieri e 3 assessori per i Comuni tra i 3mila e i 5mila abitanti e 10 consiglieri e 4 assessori per i Comuni tra i 5mila e i 10mila abitanti. Tutto molto semplificato dal ddl Delrio che prevede solo le fasce fino a 3mila e da 3mila a 10mila, che però – oltre a aumentare il numero dei consiglieri per centinaia di cittadine – reintroduce la nomina di due assessori nei Comuni fino a mille abitanti (cancellata in precedenza da Calderoli).
Il ritorno elettorale (del 25 maggio)
Un’infornata di nomine e di poltrone, che in un territorio come l’Italia, frazionato in mille piccoli comuni e campanili, significa molto, anche in termini di ritorno elettorale. E arrivarci prima del 25 maggio significa, in qualche modo, veder subito i frutti di cotanto sforzo. Certo, nel testo del provvedimento c’è anche scritto che i comuni in questione dovranno comunque far quadrare i bilanci nonostante gli aumenti delle poltrone, ma Renzi ha previsto anche un altro “regalo” ai piccoli comuni, ovvero la possibilità dei sindaci dei piccoli centri (entro i 3mila abitanti) di avere il terzo mandato consecutivo, togliendo il limite dei due. In ultimo, l’incompatibilità a ricoprire cariche istituzionali riguarderà solo chi detiene cariche in “enti pubblici territoriali con popolazione superiore ai 15mila abitanti”. Davvero un bel regalo per il territorio, che ha fatto subito gridare allo scandalo prima la Lega e poi Grillo: “Abolite le Province?! Non è vero! – si legge in un posto sul blog del leader stellato – mistificano in una cosa vergognosa, con tutti i giornali e i giornalisti dalla loro parte! Aumenteranno di 26.500 i consiglieri comunali, tolgono le province e scaricano tutto il personale sui comuni, aumenteranno di più di 5mila unità gli assessori comunali!”. Evidentemente il leader 5 stelle ha già fatto i conti dell’aumento delle seggiole generali, ma non c’è dubbio che stavolta sia vero.

La bella vita di Ruby a Dubai: lusso, shopping e 2 milioni da investire [FOTO]


Case e ristoranti. Conti correnti. Viaggi, hotel, cene di lusso. Abiti, scarpe, gioielli, orologi. Stylist personali. Ruby Rubacuori ha iniziato una nuova vita lontano dai palazzi di Giustizia, dai pettegolezzi, le accuse e i sospetti in Messico a Playa del Carmen. Una nuova vita con tanti soldi in tasca, si parla di 2 milioni di euro, che garantiranno a lei e alla figlia Sofia un futuro a cinque stelle.
Paolo Berizzi su “La Repubblica” di venerdì 28 marzo racconta la nuova vita di Ruby Rubacuori, nome d’arte di Karima El Mahroug, la giovane marocchina al centro delle vicende del “Bunga Bunga” di Silvio Berlusconi. Da ormai più di un anno Ruby è sostanzialmente sparita dalle cronache italiane, e su “La Repubblica” si raccontano le sue peripezie tra Dubai a Playa del Carmen, in Messico, dove l’ex cubista ha fondato un resort di lusso, “Casa Sofia”, dal nome della figlia avuta dall’imprenditore Luca Risso. Poco dopo le sue dichiarazioni al processo di Milano che è costato una condanna di primo grado a 7 anni di carcere per prostituzione minorile a Silvio Berlusconi, Karima Al Mahorug si affida ad un mediatore di Dubai, Tufan Moussavi, per aprire un conto da 2 milioni di euro a Dubai, presso la National Bank of Abu Dhabi.

Moussavi ha strette connessioni con una delle famiglie più ricche degli Emirati, gli Habtoor, ed ha portato Ruby a Dubai per investire questa somma cospicua ma di provenienza misteriosa.

 La giovane marocchina però preferisce spendere – senza contegno, dice Moussavi a “La Repubblica”, invece che affidarsi ai consigli immobiliari della banda di Abu Dhabi. Karima Al Mahroug preferisce però investire questi soldi in Messico, dove  ha aperto un ristorante-resort chiamato “Casa Sofia”, a Playa del Camern, località turistica situata sulla costa caraibica. Berizzi rimarca però una stranezza nelle decisioni di Ruby. Ad Abu Dhabi nessuno sa la provenienza dei due milioni di euro che avrebbe depositato sul suo conto, così come non hanno capito perché ha cambiato idea sulla loro destinazione. Dal mattone nell’emirato Kharima ha preferito spostarsi in Messico, senza dare alcuna motivazione. Il sospetto che è quella somma possa essere associata alla “vanteria” della stessa Ruby. Al telefono la giovane marocchina era stata infatti intercettata mentre dichiarava di volere 5 milioni di euro da Berlusconi per il suo silenzio sulle notti di Arcore. Su un foglietto scritto da lei c’era la scritta di 4,5 milioni, anche se la stessa Kharima ha poi negato un’elargizione così significativa, parlando solo di somme necessarie ad evitarle la prostituzione.

giovedì 27 marzo 2014

Renzi e il bluff sulle auto blu: ne vende cento, ne compra 210

Il venditore è un fenomeno oppure il mercato delle auto blu funziona al contrario, con cento vecchie ne compri mille nuove. Renzi ha annunciato così la dismissione delle prime 100 auto di servizio della pubblica amministrazione. Saranno su eBay dal 26 marzo al 16 aprile, con previsioni d’incasso alquanto incerte ma sicuri ritorni d’immagine. In ultimo è arrivato pure il commissario Cottarelli,con le sue tabelle: “massimo 5 vetture e solo per i ministeri”. E’ la definitiva rottamazione del simbolo del potere? Non proprio. Nessuno, forse, ha informato premier e commissario che mentre loro rivendono le auto usate sul web lo Stato si prepara a comprarne di nuove nei concessionari: 210 vetture pubbliche, tutte blindate, con una possibilità di spesa fino 25 milioni di euro in due anni. Non è uno scherzo. E neppure una novità, visto che la gara Consip per l’acquisto è partita a dicembre e il termine per le offerte era il 27 febbraio scorso, giusto un paio di settimane prima della roboante serie d’annunci e cinque giorni dopo l’insediamento di Renzi. Non solo. E’ addirittura in corso, pienamente operativa da tempo, un’altra convenzione per l’acquisto centralizzato di1100 tra berline e utilitarie. Valore della convenzione, 15 milioni di euro. E’ tutto? No, a ben vedere ce n’è anche un’altra per veicoli green, autovetture elettriche e ibride, valida fino al 2016. Ci sono infine i centri d’acquisto periferici che continuano le prenotazioni: a metà gennaio, in piena bufera per l’inchiesta delle Procura di Palermo sulle spese pazze dei gruppi, la Regione Siciliapubblicava un bando per il noleggio di sette auto blu blindate. Già, perché c’è anche il noleggio, oggetto di una quarta convenzione Consip attiva da due anni e fino al 2015: 4.045 autoveicoli per tutti i gusti. Elettrico, benzina, metano e Gpl. Cinque lotti per un valore totale di 40 milioni di euro.
 
Insomma, gli annunci sulle auto blu sono definitivamente entrati in cortocircuito con la realtà. Ma la domanda dalle cento pistole è: si possono interrompere gli acquisti? La risposta è si, le convenzioni sono revocabili, a condizione di sapere che ci sono. E nessuno, per ora, le ha revocate. A spiegare il meccanismo è il responsabile del procedimento dell’ultima gara chiusa, quella da 210 vetture ora all’esame della commissione che selezionerà il vincitore. Consip stipula contratti quadro dopo aver rilevato il fabbisogno delle amministrazioni. Quando la convenzione è attiva quelle che hanno titolo possono usufruirne per rinnovare il proprio parco veicoli all’interno del massimale e dei prezzi unitari indicati nella convenzione. Ma il governo può interrompere gli acquisti? “Come per tutte le convenzioni non è un’acquisto diretto”, spiega il responsabile Maurizio Ferrante. “Se subentra una norma che inibisce l’acquisto per ragioni di contenimento della spesa non c’è alcuna penalizzazione, le gare non prevedono un impegno all’acquisto, neppure per un veicolo”. Ma la norma non è subentrata, nessun decreto a firma di Renzi che blocchi o restringa la possibilità delle amministrazioni di ordinare veicoli nuovi nei prossimi 2 anni. 
E qui sta il rischio, il trucco, la breccia che fa rientrare l’auto blu dalla finestra. La spending review di Monti e la legge di Stabilità di Letta avevano inibito fino al 31 dicembre 2014 l’acquisto di autovetture a tutte le amministrazioni dello Stato, periferiche e centrali, ad eccezione di tre categorie: Corpo nazionale dei Vigili del Fuoco, servizi istituzionali di tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica, servizi sociali e sanitari volti a garantire i livelli essenziali di assistenza. La seconda categoria, a ben vedere, è ampiamente compatibile coi servizi scorta e col tradizionale scarrozzamento in auto blu. Benché il bando non sia una gara su delega per gli Interni e la Giustizia, c’è da ritenere che vetture blindate sotto il profilo balistico siano rivolte essenzialmente ai due ministeri. Del resto chi controlla la destinazione finale dell’acquisto? Consip mette a disposizione il servizio e fa esperire la gara pubblica abilitando le stazioni appaltanti che (a qualsiasi titolo) possono accreditarsi. Le verifiche sulla reale destinazione d’uso spettano poi alla Corte dei Contie alla Guardia di Finanza. Che come si muovono riscontrano illeciti a dimostrazione che la galleria per far passare le auto pubbliche, volendo, si trova. Così succede, del resto, per l’uso improprio che è l’altro male duro a morire. Lo conferma la quantità di consiglieri regionali recentemente indagati per le spese pazze e i rimborsi gonfiati sotto la voce “spese di trasporto”. Eccoli i due binari che hanno creato negli anni il parco di auto pubbliche più grande d’Europa (52mila secondo l’Espresso). 

La scoperta che mentre si vende in realtà si compra lascia interdetti per primi i potenziali beneficiari, quei sindacati delle Forze dell’Ordine che per anni hanno chiesto uomini e mezzi. E ora arrivano i mezzi e tagliano gli uomini. Massimo Blasi, segretario confederale della Cisal, prova a usare l’ironia: “Il rischio, se si prendono per buone le tabelle di Cottarelli sugli organici delle forze dell’ordine, è che ci arrivino le auto e nessuno le possa guidare”. Da qui, l’informativa urgente a Renzi: “Attenzione Matteo, dici che le vendi ma guarda che le stai comprando”. E con 100 usate sarà poi difficile prenderne 1000 nuove, anche per il più micidiale dei venditori. 

Il sen. Razzi presenta un ddl per la disciplina dell'attività di operatore di assistenza sessuale

Se sei diventato il bersaglio preferito di un comico, inutile provare a replicare con altre battute, meglio far parlare i fatti. Vecchia regola che il senatore Antonio Razzi, la cui imitazione è diventata uno dei cavalli di battaglia di Maurizio Crozza, ha pensato bene di applicare alla lettera. Ed infatti si è tuffato a capo chino su codici e pandette ed ha tirato fuori un disegno di legge, il ddl 1370, appena consegnato a Palazzo Madama, che ha tutte le caratteristiche per passare alla storia.
Perentorio ed assertivo fin dalle prime battute, all'articolo unico recita: «La presente legge disciplina l'attività remunerata di operatore di assistenza sessuale (Oas)». Qui, per la verità, c'è uno scivolamento nel politicaly correct che, magari, da Razzi, uno non si aspetterebbe. Da un politico che si vanta di dire pane al pane sarebbe lecito attendersi definizioni più dirette, ma è pur vero che Razzi, in questo modo, evita, fin dall'inizio, discriminazioni, perché il mestiere di Oas deve essere aperto a tutti, uomini e donne e anche professionisti dall'identità sessuale un po' più incerta.
Come gli spazzini che sono diventati operatori ecologici, anche prostitute e gigolò forse perderebbero un po' la loro anima cambiando nome, ma qualcosa alla burocrazia bisogna pur concedere. Anche perché, come ogni professione che si rispetti, anche quella di operatore di assistenza sessuale non si potrà certo improvvisare. Bisognerà prima iscriversi al registro professionale dimostrando di essere «cittadini maggiorenni, italiani o stranieri, in possesso di apposita certificazione sanitaria». Poi bisognerà disporre di apposito studio professionale, munito di «un certificato igienico-sanitario dei locali rilasciato dalla competente azienda sanitaria locale».
Quanto all'esercizio dell'attività, questa potrà essere svolta «nella forma di ditta individuale o di società di persone o di società cooperativa». E ovviamente, siccome la pubblicità è l'anima del commercio, la si potrà reclamizzare a piacere, con inserzioni «sulla stampa quotidiana e periodica non destinata espressamente a minori» (con l'esclusione di Topolino e Prezzemolo, praticamente tutta), ma anche con «spot televisivi o radiofonici», in onda però tra le 23 e le 6 del mattino. Unico mezzo vietato, le affissioni sui muri.
Smentendo qualsiasi sospetto di compiacenza con gli evasori, Razzi, precisa i suddetti operatori dovranno rilasciare fattura o ricevuta, perché il pagamento delle prestazioni sarà tassato e quindi, chi eserciterà l'attività in forma individuale dovrà aprire «un'apposita partita Iva», senza dimenticare l'iscrizione «al regime pensionistico autonomo obbligatorio presso l'Istituto nazionale della previdenza sociale (Inps) e l'iscrizione presso l'Istituto nazionale per l'assicurazione contro gli infortuni sul lavoro (Inail)», che purtroppo, in un lavoro usurante del genere, sono sempre dietro l'angolo. Anzi, «le malattie professionali inerenti l'attività di Oas», dovranno essere «riconosciute dalle competenti autorità sanitarie», e quindi «coperte mediante l'assicurazione Inail».
La sicurezza e la salute, del resto, sono le prime preoccupazioni di Razzi, che vorrebbe rendere obbligatorio l'uso del profilattico «per qualsiasi tipo di prestazione». Con l'avvertenza che «l'eventuale danneggiamento» dello strumento in questione debba «essere denunciata, da parte del soggetto esercente l'attività di Oas, alle autorità sanitarie competenti, entro il primo giorno feriale successivo all'evento, con indicazione delle generalità del cliente». Così, insomma, l'Italia potrebbe continuare ad andare a puttane, ma in piena sicurezza.

Antonio Satta

Niente da fare. Per Bruxelles il regolamento del movimento 5 stelle è carta straccia

Carta straccia, nessun valore, non applicabile. A leggere le norme che regolano la vita del Parlamento europeo, il codice di comportamento per i venturi eurodeputati a 5 stelle non ha alcuna validità.
Beppe Grillo infatti ha stabilito una serie di stringenti regole che i neo eletti dovranno impegnarsi a rispettare. Si va da una penale di 250mila euro per coloro che 500 attivisti prima e un voto sul blog poi riterranno "gravemente inadempienti", al divieto di "associarsi ad altri gruppi politici", salvo una ipotetica nuova formazione benedetta dall'ex comico e ratificata dalla rete. Si passa poi per l'obbligo di dimissioni in caso di "sfiducia" e per quello dell'assunzione di due collaboratori parlamentari da una rosa individuata dal leader e da Gianroberto Casaleggio.
L'articolo 2 di quello che tecnicamente è lo "Statuto dei deputati del Parlamento europeo" recita: "I deputati sono liberi e indipendenti. Qualsiasi accordo sulle dimissioni dal mandato prima della scadenza o al termine della legislatura è nullo". Punto. nessuna clausola che potrebbe aprire a interpretazioni di sorta, nessun cavillo al quale appellarsi. Il "contratto privato" stipulato tra Grillo e i suoi candidati diventerà inapplicabile nel momento stesso della loro elezione.
Il leader stellato parla di clausole specifiche da sottoscrivere: "Ciascun candidato del MoVimento 5 Stelle al Parlamento europeo - si legge - prima delle votazioni per le liste elettorali, dovrà sottoscrivere formalmente l'impegno al rispetto del presente codice di comportamento, con assunzione di specifico impegno a dimettersi da deputato sia in caso di condanna penale sia nell'ipotesi in cui venisse ritenuto gravemente inadempiente al rispetto del codice di comportamento e, in difetto, a versare l'importo di €250.000 al Comitato Promotore Elezioni Europee MoVimento 5 Stelle che lo devolverà ad ente benefico".
Uno "specifico impegno" che - se non bastasse il secondo articolo dello statuto - cozza fragorosamente anche con il terzo. Che, oltre a specificare che il voto degli eurodeputati è "individuale e personale", stabilisce a chiare lettere che "non possono essere vincolati da istruzioni né ricevere mandato imperativo. Qualsiasi accordo sulle modalità di esercizio del mandato è nullo".
"Quella economica è una clausola fideiussoria che non è assolutamente applicabile a norme vigenti - spiega Gianni Pittella, che a Strasburgo ricopre la carica di vicepresidente - Affinché i vincoli che Grillo farà firmare diventino operativi, i suoi eletti dovranno modificare l'attuale statuto, ma ad oggi su di esso c'è una larghissima condivisione".
Insomma: per riscuotere la tassa non basterà una firma su una carta privata tra il leader e i suoi candidati. Pittella sottolinea anche che "le nostre regole prescrivono una totale libertà di vincoli di mandato", tali per cui "il leader del M5s può chiedere il rispetto di determinati impegni, ma non può pretendere alcunché qualora uno dei suoi si comporti in maniera difforme dai precetti da lui indicati".

C'è di più. Perché anche nello specifico dello staff dei parlamentari, lo statuto di Strasburgo impedisce l'imposizione da parte della diarchia genoan-milanese di due collaboratori a testa sul fronte comunicazione (pagati dalle istituzioni europee, ovviamente). Basta scorrere fino all'articolo 21 per leggere che "i deputati hanno diritto ad essere assistiti da collaboratori personali da loro liberamente scelti".
Il Movimento si difende dicendo che non si tratta di imposizioni, ma di libere scelte personali di adesione a un codice interno. Tutto vero. Peccato che quel codice sia considerato "fuorilegge" proprio dal Parlamento europeo.

Pietro Salvatori

mercoledì 26 marzo 2014

il perizoma del ministro Maria Elena Boschi fa il giro del mondo, ma è un fake


Se per le deputate-olgettine di Berlusconi  restava sempre e comunque il dubbio sulle competenze che le avevano portate a sedere sui banchi del governo e del parlamento, l'accanimento massmediatico contro il gentil-sesso oggi si scatena contro alcune neoministre, non tanto l'ex nuora di Giorgio Napolitano - la neoministra Madia di cui si dubitano ancor più le sue competenze politico-parlamentari - ma è soprattutto Maria Elena Boschi nell'occhio del ciclone, rea semplicemente di essere una ragazza, giovane e di bella presenza.
La vicenda che qui raccontiamo rientra in questo squallido polverone.
Quel tailleur blu elettrico indossato dal ministro Boschi il giorno del giuramento al Quirinale è finito anche sulla tedesca Bild che ha dato notizia del fatto che la giovane ministra, nel chinarsi a firmare davanti a Napolitano, lasciava scoperto un malizioso perizoma.
Naturalmente la versione originale della foto non è questa, si tratta solo di un fotomontaggio che qualcuno su Twitter ha preso però sul serio.


Purtroppo bisognerebbe parlare di cose più serie, come le riforme pensate e studiate a tavolino tra Renzi e Berlusconi per far fuori milioni di elettori, imponendo di fatto un regime fondato sul cartel-party.
Ma di questo tutti fanno finta di non vedere e non sentire
Di queste porcherie è responsabile la Boschi, altrochè i perizoma...
p.s.: ecco la foto originale:

giovedì 13 marzo 2014

Arrestata la “dama bianca” di Berlusconi. Aveva 24 chili di cocaina

Era la “dama bianca” di Silvio Berlusconi. E nel 2010 lo aveva accompagnato in Canada in occasione del G8, perché faceva parte della delegazione italiana. Ma Federica Gagliardi è stata fermata a Fiumicino dalla Guardia di Finanza di Napoli. Aveva con sé con 24 chili di cocaina, che trasportava nel suo bagaglio a mano. Tornava dal Sudamerica, probabilmente dal Venezuela. E’ la seconda volta che una donna vicina a Berlusconi viene coinvolta in fatti legati alla droga. Prima era successo con Marysthell Polanco, l’ex olgettina il cui fidanzato è finito in prigione perché trovato in possesso di 12 chili di cocaina, poi condannato a gennaio 2011 a otto anni per narcotraffico.

Al summit di Huntsville, Gagliardi ricopriva il ruolo di ”responsabile della segreteria del segretario generale della Regione Lazio”. Ha fatto parte del comitato elettorale di Renata Polverini e durante la campagna ”aveva avanzato la richiesta di partecipare ad una missione all’estero in caso di vittoria elettorale”. Cosa avvenuta. L’ex governatore della Regione Lazio giustificò la trasferta della sua collaboratrice: “È in permesso non retribuito”. Prima ancora, però, aveva detto che era in ferie. La scelta di portarla in Canada, sottolineavano dalla delegazione italiana, nasce dall’assenza di una delle segretarie che non era potuta venire per un “impedimento”. La Gagliardi – bionda, fisico atletico e bella presenza – era stata notata anche dalle delegazioni stranieri presenti al vertice. “Era seduta dietro il presidente Berlusconi in occasione del rinfresco offerto dalla presidenza del G8 la sera dell’arrivo delle delegazioni a Huntsville”, riferiva un diplomatico europeo. E molti, aggiungeva la stessa fonte, si erano chiesti “chi fosse”.

Dal Canada, Gagliardi aveva seguito il Cavaliere anche in Brasile e a Panama. E a San Paolo incontrato Valter Lavitola. Nella città brasiliana Berlusconi partecipa a un seminario del Forum Italia-Brasil, sulle relazioni industriali e commerciali tra i due paesi. Lavitola compare nella foto-ricordo finale, alle spalle del premier. Mentre la Gagliardi viene ripresa nel ricevimento ufficiale della sera. Entrambe le immagini sono sul sito del quotidiano Estadao di San Paolo. È lo stesso giornale che dava notizia della serata organizzata da Lavitola per Berlusconi con sei ballerine di lapdance, attirate con il miraggio di un provino per Mediaset, in una suite dell’Hotel Tivoli. Diceva allora la Gagliardi: “Sì alloggiavamo tutti al Tivoli, ma a quella serata non ero presente”. Poi la donna proseguiva: “Il video l’avete visto tutti, c’era anche Lavitola sull’aereo per Panama. Siamo partiti da San Paolo. Mi è stato presentato ma non ricordo più con quale ruolo, mi scusi ma è passato un anno e mezzo. Il mio giudizio su di lui? Preferisco tenerlo per me”.

Baby squillo, la Mussolini in lacrime butta fuori di casa il marito: "La mia vita distrutta"

' una donna forte, battagliera, determinata. Ma questa volta l'umiliazione è troppo grande. Alessandra Mussolini da quando il marito è finito nell'inchiesta sulle baby squillo dei Parioli è una donna distrutta. Piange. Piange anche al telefono quando la giornalista del Messaggero riesce a farsi rispondere dopo giorni di chiamate a vuoto. "Cosa posso dire? Sono distrutta", dice ad Cristiana Mangani da casa della madre dove si è trasferita con i tre figli Caterina, Clarissa e Romano. "Devo pensare a loro, devo proteggerli", ha detto alle poche persone che sono riuscite a parlarle. Di grande conforto sembrano essere state le parole di zia Sofia Loren dall'America, che la chiama tutti i giorni. 
Alessandra Mussolini

Il suo matrimonio, si era sposata il 28 ottobre del 1989 a Predappio, è andato in frantumi. Da parte sua Mauro Floriani non ha potuto far altro che prendere le sue cose e andarsene, secondo il Messaggero avrebbe preso un appartamento non molto lontano da quello della famiglia. 
Resterà lì a proclamarsi innocente nonostante gli inquirenti abbiano in mano prove schiaccianti. Come le telefonate intercettate partite dal suo cellulare. "A che ora ci viediamo domani?", chiedeva Floriani alla più grande delle ragazzine in una delle cinque conversazioni registrate. A quel punto il marito della senatrice e la baby squillo si accordavano su orario e luogo dove consumare il rapporto. Per il procuratore aggiunto Maria Monteleone e il Pm Cristina Macchiusi basta per ritenerlo un cliente abituale. Non ci sarebbero invece, rivela Valentina Errante, i contatti con gli sfruttatori. Nel senso che Floriani chiamava direttamente la quattordicenne che aveva conosciuto attraverso il sito "Bakekaincontri.it".
Ora il marito di Alessandra Mussolini, qualora le contestazioni nei suoi confronti venissero definitivamente accertate dai magistrati, fino a 4 anni di carcere. Decisiva la Convenzione di Lanzarote, ratificata in Italia nel 2012, sulla protezione dei minori contro lo sfruttamento e l'abuso sessuale. Una ratifica voluta fortemente dalla moglie in Commissione parlamentare per l'infanzia e l'adolescenza.

martedì 25 febbraio 2014

Il video imbarazzante delle giovani ministre del Governo Renzi.

La neo ministra alla Semplificazione e Pubblica amministrazione Marianna Madia, qualche tempo fa sputava sul suo stesso partito, ovviamente il PD, rivolgendo accuse pesante nei confronti dell'organizzazione della macchina partitica. Il video che vedete sotto ne è la prova lampante. 

Le parole sono abbastanza eloquenti: "Nel #Pd a livello nazionale ho visto piccole e mediocri filiere di potere. A livello locale, e parlo di Roma, facendo le primarie dei parlamentari ho visto, non ho paura a dirlo, delle vere e proprie piccole ASSOCIAZIONI A DELINQUERE sul territorio"




mercoledì 19 febbraio 2014

Un posto alle poste (da 20.000 euro al mese) per il fratello di Alfano

Un posto alle Poste non si nega a nessuno. Si diceva così durante la prima Repubblica. Epoca finita ormai un ventennio fa, ma forse le abitudini di allora hanno resistito al terremoto dei primi anni ’90. Almeno a guardare gli ultimi arrivi nella linea direttiva del gigante postale. Una decina di giorni fa a sbarcare tra i dirigenti di Postecom (la società dei servizi internet di Poste italiane) è stato Alessandro Alfano, fratello minore del più celebre Angelino, vicepremier e ministro dell’Interno nel governo delle larghe intese. Nulla da ridire, per carità. Formalmente un dirigente può essere «nominato» senza alcun concorso, senza selezione: in un giorno si può anche accedere all’incarico di direttore commerciale di una controllata del Tesoro, dove lo stipendio medio per una figura apicale può arrivare a 200mila euro annui.

Succede, ma certamente non è proprio il massimo dell’eleganza. Tanto più se si tratta di un gruppo in cui il vertice è in scadenza - è il caso di Massimo Sarmi - dopo un decennio di riconferme durante l’era targata Letta-Tremonti-Grilli.


Il «giovane» Alfano è già finito sulle pagine di giornale diverse volte nelle ultime settimane. Era stato accusato di aver falsificato alcuni esami per ottenere la laurea in Economia, ma dopo gli accertamenti la Procura di Palermo ha archiviato il caso. Nel frattempo Alfano junior aveva partecipato al concorso per diventare segretario generale della Camera di commercio di Trapani. Anche su quella selezione sono stati avanzati dubbi, tanto che le forze dell’ordine avevano sequestrato la documentazione, dopo alcune segnalazioni su scritti anonimi che prevedevano in largo anticipo la nomina di Alfano. Alla fine si è dimesso, lasciando una poltrona a cui aveva aspirato per parecchio tempo e dove ha tentato di essere riammesso, ma l’ente se n’è guardato bene. Il caso è stato sollevato anche in Parlamento, da un’interrogazione del deputato Sel, Erasmo Palazzotto. Il quale nella sua interrogazione ha parlato anche della laurea triennale di Alfano in Economia, titolo non idoneo a ricoprire un ruolo apicale all’interno della pubblica amministrazione. 



Quel titolo di studio triennale è stato conseguito nel 2009, quando il giovane Alfano aveva già raggiunto l’età di 34 anni. Certo, anche in questo caso non c’è nulla di grave odi illegale: non è mai troppo tardi per studiare. Ma se poi dopo la laurea si aprono inchieste e interrogazioni su possibili compravendite di titoli, spuntano interrogazioni, sorgono dubbi, allora ci si chiede se tra i tanti giovani che non riescono a trovare un lavoro adatto al loro livello di studio, magari la pubblica amministrazione potrebbe trovare di meglio.

venerdì 17 gennaio 2014

Amici e parenti: le raccomandazioni della coppia De Girolamo-Boccia

Amici di vecchia data senza laurea, ex fidanzati, vecchi assistenti universitari del marito, generali indagati per l'inchiesta P4, politici del Pd trombati alle elezioni: sono una dozzina i contratti che il ministro Nunzia De Girolamo ha fatto avere al ministero delle Politiche agricole, tutti incarichi finiti al gruppo di collaboratori di Benevento o ad alcuni fedelissimi di Francesco Boccia, deputato Pd consorte della De Girolamo e intimo del Enrico Letta.

"L'Espresso" ha ricostruito una rete di clientele e di raccomandazioni che disegna il sistema di potere della coppia delle larghe intese De Girolamo-Boccia, fondato sull'asse Benevento-Puglia.

Un mese fa è diventato nuovo capo di gabinetto Ferdinando Ferrara. Con uno stipendio di 294 mila euro l'anno, è un ex dirigente del Dipe che Boccia ha conosciuto quando entrambi lavoravano a stretto braccio alla Presidenza del consiglio dei ministri. "L'Espresso" ha scoperto che Ferrara, che si deve occupare anche di decreti legati all'agricoltura e all'Imu agricola, possiede però centinaia di ettari di terreni coltivati e migliaia di ulivi in Puglia. Non solo: alla faccia del conflitto d'interesse, dalle visure camerali Ferrara risulta azionista di un'azienda agricola a Foggia e fino a qualche giorno fa di una società specializzata in coltivazioni miste di cereali, legumi e semi oleosi.

Il suo nuovo vice è Bartolomeo Cozzoli, avvocato del Pd di Bisceglie, stessa città da cui viene Boccia: figlio del dell'ex sindaco Dc della sua città, trombato alle elezioni regionali del 2010, Ferrara l'anno scorso gli ha fatto un contratto da consulenza al Dipe da 50 mila euro. Da qualche giorno è diventato pure vicecapo di gabinetto della De Girolamo.

Grazie a Boccia hanno fatto carriera a Palazzo Chigi altri suoi fraterni amici: Francesco Rana, ex assistente di Boccia all'università, a soli 34 anni nel 2013 è diventato capo della segreteria tecnica di Filippo Patroni Griffi, con uno stipendio da 190 mila euro l'anno. Un altro assistente di Boccia all'università Carlo Cattaneo, Sergio Zucchetti, è stato premiato dalla De Girolamo con un posto di amministratore delegato di una società del ministero delle Politiche agricole, il Sin, posto da cui però si è dimesso qualche giorno fa per conflitti interni all'azienda. Ferrara nel 2013 ha premiato un altro amico del cuore del marito di Nunzia,Angelo Maria Argento: giovane avvocato del Pd, ha tentato di diventare senatore alle scorse politiche ma non ce l'ha fatta. Ha però ottenuto un contratto lo scorso luglio da 80 mila euro a Palazzo Chigi, a cui somma i soldi che gli arrivano dal Sin, di cui è consulente.

Anche la De Girolamo ha infarcito il ministero di suoi amici: dall'ex fidanzato Antonio Tozzi, messo al Sin con 175 mila euro l'anno, a Luigi Barone e Giacomo Papa, i due uomini che partecipano con lei alle riunioni del "direttorio" che secondo le indagini della procura di Benevento influenzava le scelte dei dirigenti dell'Asl di Benevento. Passando per amiche intime diventate consulenti e finendo con un generale sannita della Gdf indagato in uno stralcio dell'inchiesta P4 ma nominato commissario straordinario di Agea, l'azienda del ministero che si occupa dei miliardi della Pac.

sabato 11 gennaio 2014

De Girolamo, ecco il contratto di affitto che prova il favore allo zio.

La storia che in un paese normale dovrebbe portare alle dimissioni del ministro De Girolamo si può riassumere così: in una contesa tra due fratelli per ottenere l’affitto di un bar di un
ospedale interviene il deputato del Pdl e chiede l’intervento dei manager della Asl in favore di suo zio. Il primo fratello, Maurizio Liguori, da decenni gestisce il bar del Sacro Cuore – Fatebenefratelli di Benevento (intestato al padre) con un fatturato di circa 200mila euro all’anno circa. Nunzia De Girolamo fa pressioni sulla direzione della Provincia Religiosa dell’ospedale perché quel bar, dopo la scadenza del contratto di affitto, sia tolto – magari con un provvedimento giudiziario di urgenza – a Maurizio Liguori e sia dato al fratello, Franco Liguori. Il politico alla fine ha raggiunto il suo obiettivo: Il Fatto pubblica oggi il contratto di affitto di azienda siglato il 30 settembre che rappresenta la sua vittoria nella contesa familiare.
Il bar passa dalla società gestita da Maurizio Liguori e intestata al padre ottantenne Mario all’impresa di Giorgia Liguori, figlia del fratello di Maurizio, quel Franco Liguori che oggi siede dietro alla cassa come su un trono conquistato dopo una lotta fratricida. Le parentele da queste parti suscitano grandi odi ma anche grandi amori. Maurizio Liguori, il fratello sconfitto, non è parente di Nunzia De Girolamo. Franco invece ha sposato la sorella della mamma del massimo esponente del Pdl a Benevento. Margherita De Iapinis – la mamma del politico che fa le pressioni per il bar – e Raffaella – la mamma di Giorgia Liguori che ne beneficia – abitano in case adiacenti. Nunzia De Girolamo per “accelerare” la firma del contratto di affitto di azienda in favore della cugina e dello zio ordina al ‘suo uomo’ nell’ente vigilante, cioè il direttore generale della Asl di Benevento Michele Rossi, la celebre frase svelata dal Fatto: “al Fatebenefratelli (…) mandagli i controlli e vaffanculo”. La Guardia di Finanza “allo stato” non rileva alcun reato
Il Fatto ora ha scoperto che il bar dell’ospedale Sacro Cuore di Benevento, a novembre del 2012, quindi quattro mesi dopo quell’ordine al direttore generale registrato a tradimento dal direttore amministrativo della Asl di Benevento, Felice Pisapia, è stato chiuso dopo un controllo. “L’ispezione l’abbiamo avuta nel novembre 2012”, racconta Maurizio Liguori, “sono venuti addirittura i Nas direttamente da Salerno e sono stati sei ore. Da quel giorno il bar è rimasto chiuso e poi ne è stato aperto un altro con una nuova gestione. Ho avuto anche una sanzione economica, 3mila euro mi pare”. Al termine dell’intervento i Nas rilevarono delle infrazioni e, come impone il regolamento europeo chiamarono per stilare il verbale di chiusura, un funzionario della Asl di Benevento, Alfredo Gorgonio.
Durante la conversazione registrata a tradimento a luglio, Nunzia De Girolamo aveva detto al direttore generale della Asl di Benevento Michele Rossi: “Sono degli stronzi… Facciamogli capire che un minimo di comando ce l’abbiamo. Altrimenti mi creano coppetielli con questa storia. (….) Mandagli i controlli e vaffanculo… Carrozza (Giovanni, direttore amministrativo dell’ospedale Ndr) mi ha preso per il culo”. Felice Pisapia, ex direttore amministrativo della Asl beneventana finito sotto inchiesta perché accusato di truffe e malversazioni, registrava e lei diceva: “Fra Pietro (Cicinelli, presidente della Provincia Religiosa del Fatebenefratelli, Ndr) sa che c’è un problema al Fatebenefratelli a Benevento e dà l’ok”. Poi aggiungeva che i frati “sono tirchi a morire” e che per sbloccare l’affitto allo zio un modo c’era: “Perciò se tu gli crei un problema di controllo devi vedere come diventano tirchi! (ironico Ndr). Devi vedere Fra Pietro come dice a Carrozza (Giovanni Carrozza, il direttore amministrativo dell’Ospedale, dipendente da frate Cicinelli, Ndr): accelera! E fagli il 700 (cioé l’articolo 700 del rito d’urgenza che De Girolamo sognava contro il vecchio gestore del bar che non voleva schiodare, Ndr)”.
il ministro de girolamo con il marito, l'on. Boccia (Pd)
Il Fatto ha scoperto che quel ‘Verna’ non identificato nella trascrizione riportata nell’informativa della Guardia di Finanza è Giovanni Vrenna, il direttore degli affari generali della Provincia Religiosa. Un anno e due mesi dopo quel colloquio registrato di nascosto, un controllo arriva davvero. Anche se non è mirato sull’ospedale e non è diretto dalla Asl. Sono i Carabinieri a ispezionare a fondo proprio quel bar interno all’ospedale. Il funzionario della Asl che ha siglato il verbale di chiusura, Alfredo Gorgonio, spiega: “la sospensione era temporanea. Il bar poteva essere riaperto, previo adeguamento alle norme. Il titolare però ha rinunciato. So che c’era un contrasto tra il Fatebenefratelli e il gestore. Il bar è stato riaperto in altri locali. Non so chi ha segnalato la situazione ai carabinieri”.
Maurizio Liguori poi non ha più riaperto. Una sua cognata, sotto anonimato, al Fatto dice: “ci hanno soffiato il bar”. Il 30 settembre 2013 frate Pietro Cicinelli firma con Giorgia Liguori
l’affitto di azienda del nuovo bar. L’impresa paga 2mila euro al mese più Iva per tre anni ai frati. L’affitto basso tiene conto dei lavori effettuati a spese dell’affittuario per 45 mila euro. Dal quarto anno l’affitto sale a 5 mila euro al mese. L’avvocato Vrenna, direttore degli affari generali della Provincia Religiosa del Fatebenefratelli, conferma al Fatto: “Nunzia De Girolamo mi ha chiamato e mi ha chiesto gentilmente di verificare la possibilità di accelerare. Io le spiegai che avendo impugnato il precedente conduttore il contratto di affitto sostenendo che fosse una locazione commerciale, bisognava aspettare i tempi tecnici. O si trovava un accordo con il diretto interessato o niente. C’era una procedura da rispettare e una procedura andava rispettata”. Nessun favoritismo per lo zio del ministro? Vrenna nega: “il precedente conduttore ha presentato un’offerta peggiore e non aveva voglia di fare gli investimenti”. E i controlli al bar inviati dopo la richiesta del ministro al direttore della Asl dei controlli all’ospedale? “Che vuole da me? I Nas dipendono dal ministero della Salute mica li mando io. Eh eh eh. Se sono mossi per motivi trasversali io che ne posso sapere. Ognuno si assume le proprie responsabilità. Ci sarà chi di competenza a giudicare, se del caso, e comunque gli elettori”.

di Vincenzo Iurillo e Marco Lillo

da Il Fatto Quotidiano del 9 gennaio 2014

ecco il documento:
http://www.slideshare.net/ilfattoquotidiano/skmbt-c22014010919070-29850070?ref=http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/01/09/de-girolamo-ecco-il-contratto-di-affitto-che-prova-il-favore-allo-zio/836925/

sabato 4 gennaio 2014

LA DE GIROLAMO REGISTRATA SU APPALTI E NOMINE ASL: “STRONZI, QUI COMANDO IO”

Gli incontri del 2012 nella casa del padre “captati” da un dirigente dell’asl e finiti nelle carte di un’inchiesta sulla sanità campana

L’Asl di Benevento era cosa loro. Del ministro delle Politiche Agricole Nunzia De Girolamo e dei suoi fedelissimi. L’allora semplice deputata Pdl, che è bene chiarire subito non è indagata per i fatti che racconteremo, convocava a casa del padre i vertici dell’azienda sanitaria locale e persone di stretta fiducia. Con loro discuteva di come orientare l’affidamento milionario per il servizio 118, di dove ubicare presidi e strutture dell’Asl, ma anche di questioni spicciole come un sequestro di mozzarelle in un negozio di un “amico di Nunzia” o di come mandare “i controlli” negli ospedali guidati da persone non gradite alla parlamentare azzurra per far capire “che un minimo di comando ce l’abbiamo”.

Le riunioni sono state registrate di nascosto dall’ex direttore amministrativo dell’Asl Felice Pisapia (fu licenziato qualche mese dopo), e depositate nell’ambito di un’inchiesta per truffa e peculato per centinaia di migliaia di euro sottratti dalle casse dell’azienda sanitaria a favore di alcuni imprenditori, costata pochi giorni fa a Pisapia l’obbligo di dimora a Salerno. Con quegli audio Pisapia vorrebbe dimostrare di essere solo un ingranaggio del sistema. Leggendone le trascrizioni, non si trovano riferimenti al merito e a come rendere più efficiente il funzionamento della macchina della sanità pubblica nel nome dell’interesse collettivo.

La preoccupazione principale pare invece quella di premiare gli amici e punire i nemici. E tramutare le decisioni in clientele e voti. Vicende che assomigliano a quelle costate inchieste e processi a un altro potentato sannita, i Mastella. Con una sostanziale differenza: secondo l’informativa della Guardia di finanza di Benevento al pm Giovanni Tartaglia Polcini, “allo stato non ci sono fattispecie penalmente rilevanti”.

Riavvolgiamo il nastro alle ore 19 e 15 del 30 luglio 2012. La De Girolamo riceve Michele Rossi, manager dell’Asl di Benevento, Gelsomino Ventucci detto “Mino”, direttore sanitario, Pisapia, l’avvocato Giacomo Papa, molto vicino ai De Girolamo, Luigi Barone, storico portavoce di Nunzia, all’epoca vice direttore de Il Sannio Quotidiano e oggi a Roma con l’incarico di direttore del portale web del ministero delle Politiche Agricole. È il “direttorio politico-partitico costituito al di fuori di ogni forma di legge” scrive il gip Flavio Cusani nell’ordinanza cautelare di Pisapia “che si occupava, in funzione di interessi privati e di ricerca del consenso elettorale, con modalità a dir poco deprimenti e indecorose, di ogni aspetto della gestione dell’Asl”.

La conversazione si protrae per quasi due ore. Verso la fine cade sul Fatebenefratelli di Benevento, un ospedale religioso convenzionato. La De Girolamo è arrabbiata con loro. Li chiama “stronzi”. Due volte. Poi si rivolge a Rossi: “Michè, scusami, al Fatebenefratelli facciamo capire che un minimo di comando ce l’abbiamo. Altrimenti mi creano coppetielli con questa storia. Mandagli i controlli e vaffanculo!… Io non mi permetto di farlo, però ad essere presa per culo da Carrozza, quando poi gli ho dato tanta disponibilità ogni volta che mi hanno chiesto, Miché”. Giovanni Carrozza, citato nel colloquio, è il direttore amministrativo del Fatebenefratelli. Per capirci, Miché, ovvero Michele Rossi, è molto riconoscente alla De Girolamo.

Appena una settimana prima, in un’analoga riunione, gli ha giurato fedeltà: “Nunzia, premesso che io non resterò un secondo su quell’Asl se non per te e con te, perché io la nomina l’ho chiesta a te, tu me l’hai data ed è giusto che ci sia un riscontro…”. Ora Miché ne ascolta le riflessioni sull’ubicazione di ufficio territoriale dell’Asl. “Dove dovremmo metterlo? – si chiede la De Girolamo – a Sant’Agata che Valentino (il sindaco, del Pd, ndr) è uno stronzo? Cioè, nemmeno è venuto da me”. Rossi però le spiega che Valentino “ha incassato intelligentemente” i problemi da loro creati. Ad un certo punto Nunzia pone un veto sul collocare una struttura a Forchia: “No, Forchia no! Preferisco poi darlo ad uno del Pd che ci vado a chiedere 100 voti …”. Qualche decina di minuti prima il “direttorio” aveva affrontato il caso del controllo in un negozio di latticini. Parla Luigi Barone: “È l’amico di Nunzia e mio amico… vende le mozzarelle accanto al Maxim’s… è un bravo ragazzo, insomma!”. Purtroppo per lui una funzionaria dell’Asl gli ha appena sequestrato “un bel po’ di roba – sottolinea Barone – tre, 4000 euro… più la sanzione”. Si stabilisce, quindi, di parlare con tale Tommaso.

Tutta da decrittare la lunga conversazione del 23 luglio 2012, incentrata quasi esclusivamente sul bando per il 118. “In tutto questo si deve fare la gara?” chiede la De Girolamo. “Non la puoi fare senza?” Si discute se è possibile fare un affidamento diretto breve o comunque, per usare le parole dell’avvocato Papa “bypassare la gara pubblica” perché si è preoccupati del fatto che “tra poco ci commissariano e la gara pubblica se la fa la Regione”. Abbiamo provato a contattare la De Girolamo per farle qualche domanda. Ci ha risposto con questo sms: “Chi vuole fare pulizia può essere ucciso con la pistola oppure con la parola. Alla fine viene sempre fuori la verità”.

tratto da:
Il fatto quotidiano 4 gennaio 2014

giovedì 19 dicembre 2013

"Farai sesso con me una volta a settimana". Il contratto shock tra assessore e segretaria

lucia zingariello
C'era un contratto sessuale in vigore negli uffici della Regione Abruzzo. Un documento vero e proprio. Lo aveva redatto e sottoscritto - nero su bianco - l'assessore regionale alla Cultura, Luigi De Fanis. E in quel contratto, il politico del Pdl, 53 anni, medico, eletto alla Regione a suon di voti, pretendeva sesso dalla sua segretaria. La donna doveva "stare insieme" all'assessore - è scritto testualmente nel documento - almeno quattro volte in un mese. Per fare "l'amore". Così è riportato nell'accordo in vigore da diversi mesi. Tutto avveniva in cambio di denaro: trentaseimila euro annui.

E lei, Lucia Zingariello 32 anni, giovane e avvenente componente dello staff di De Fanis, che già aveva ottenuto da lui l'incarico di componente della sua segretaria particolare (da 1.200 euro al mese) per altro senza vincere nessun concorso, quell'ulteriore contratto - questa volta sessuale - lo aveva firmato. E ne teneva una copia in casa.

Ed è proprio lì che, un mese fa, gli agenti della polizia giudiziaria della Procura di Pescara l'hanno trovato, seppur strappato in mille pezzi. Quando hanno varcato la soglia della casa della donna che si trova in un piccolo paese della provincia di Chieti, Guardiagrele,  per notificarle un ordine d'arresto (con l'accusa di essere complice dell'assessore nel chiedere tangenti ai piccoli operatori culturali), gli agenti del Corpo Forestale dello Stato hanno notato subito quei foglietti strappati e buttati nel cestino.

Ci sono poi volute alcune settimane per rimettere insieme i pezzi e valutare con attenzione il contenuto di quella "prova" e il suo reale significato. E la scoperta è stata sorprendente.

La conferma è poi arrivata, pochi giorni fa, dalla stessa segretaria, durante il suo ultimo interrogatorio. Incalzata dalle domande del pm Giuseppe Bellelli ha chiarito la natura di quel contratto. "L'assessore era ossessionato da me... - ha messo a verbale - mi ha costretto a firmarlo. Io non ho potuto rifiutare. Ho avuto paura..." questa è stata la sua difesa. La sua spiegazione.

"Voglio uscire da questa storia, sono additata da tutti come "quella lì" e io non ha fatto nulla: però non ho preso un centesimo di quelle tangenti e ignoro cosa sia successo..." ha detto al pm. "Io avevo un lavoro nella sanità a tempo indeterminato ma, in quel periodo mi trovavo in una situazione particolare perché mia madre stava male. È stato De Fanis a propormi di fare la sua segretaria. Mi misi in aspettativa e accettai il lavoro perché avrei potuto gestire meglio i miei problemi perché dovevo lavorare per 3 giorni. De Fanis mi propose il lavoro, anche se non ho mai partecipato alle sue campagne elettorali, anzi io ho la tessera del Pd... ". Il secondo contratto è stato poi un passaggio obbligato, ha spiegato.

La segretaria ha ammesso di aver avuto una relazione con l'assessore e di essere stata costretta a onorare quel contratto.

"Vai a timbrare, poi esci e vai a farti bella.... " le diceva De Fanis al telefono senza sapere di essere intercettato "poi ritorni e timbri. Basta che fai quattr'ore... Chi ti conta la jurnata... capit?".

"In Regione è una consuetudine timbrare e uscire per faccende personali - si è difesa la segretaria - Quando sono entrata lì nell'ottobre 2012 in molti facevano così. Io partecipavo a missioni, a riunioni esterne. Una volta sola sono andata dall'estetista. Anche i miei colleghi si comportavano così e non credevo di fare nulla di male...".

"Ora la mia vita è un incubo. Non vado più in giro per il mio paese. Ricevo telefonate anonime, gente che mi vuole incontrare, che mi insulta. L'impatto dell'arresto sulla mia vita è stato devastante, perché sono mamma di una bambina piccola".

Certo è che dal verbale del suo interrogatorio è emersa con tutta evidenza la storia di un ufficio pubblico regionale - deputato a programmare i soldi da destinare al settore della cultura - trasformato in un'alcova. E asservito alle volontà dell'assessore.

De Fanis ora dovrà rispondere anche di peculato perché come è scritto nelle carte dell'inchiesta avrebbe "utilizzato con la segretaria la macchina della Regione per viaggi privati a Roma e a Bologna dissimulando le finalità esclusivamente personali dietro la finalità istituzionale".